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La Campagna garibaldina a Mentana

1889
Dal Resoconto di Aristide Pinci:
La battaglia di Mentana.


II


Ma doppiamente celebre, anzi immortale nella storia dei dolori e delle lotte della patria, i Fati, dovevano rendere il nome di questa terra modesta.


Siamo già al 1867. L'Italia ha ottenuto, mercè l'opera gloriosa dei suoi apostoli ed eroi, gran parte della sua unità e indipendenza. Il popolo italiano, però, rispettando il potere temporale del papa, veniva tacitamente a riconoscere in esso il diritto di comporre, costituire, assoldare milizie a suo piacere; ed il papa non mancò, al certo, di prendere a' suoi stipendi un corpo di milizia francese, ordinato, vestito e armato in pieno assetto di guerra, con ufficiali designati dsllo stesso imperatore, ed ai quali, poi, per ricompensa, era riserbato un posto nell'esercito di Francia; quello stesso esercito che, nel 1859, glorioso combattè al nostro fianco per iscacciare lo straniero dalla terra italiana. Mentre, in oggi, qui, lo tratteneva invece la difesa del papa, ove mai il partito garibaldino si fosse mosso ed il governo nostro fosse stato impotente nel frenarne i moti; nel qual caso, già dicevano a Parigi, avrebbero saputo far cantare i Chassepots, assicurando , così, al papa il suo trono, meglio assai che coi trattati.


Ma ecco che fra i patrioti torna di nuovo a farsi udire l'antico grido Roma o Morte! ed i cuori più animosi s'infiammano nuovamente e s'agitano. Garibaldi, l'eroe leggendario di tutta l'italica epopea, eccolo di nuovo alla testa del moto e tutti gli sguardi, tutti i cuori sono rivolti a lui. Roma è nostra! si grida in ogni angolo della terra d'Italia, e, da questo nuovo agitarsi del popolo, il governo si schermisce e astutamente destreggia per non compromettersi colla Francia. Ma Garibaldi, fatidica scintilla di sempre nuovi incendi, correva, intanto, di città in città, infiammando i cuori e le menti a ribellarsi alla soggezione francese e riconquistare intrepidi, risoluti, la nostra madre Roma.


E la gioventù animosa ritorna a seguire la grand'anima dell'eroe, che, più libera di sé, in quei nuovi slanci sublimi, avrebbe, forse, compiuto nuove e maggiori imprese, più gloriose e feconde alla causa della patria e della libertà. Si sperava, però, che il governo, se non voleva aiutare, non avrebbe impedito il generoso moto. Menzogna! Illusione! Ecco intanto costituirsi una nuova legione garibaldina. Il nucleo maggiore lo guida Menotti Garibaldi, il glorioso figlio dell'eroe. Qua e là scoppiano nuovi moti. Garibaldi raggiunge il figlio, ed il fiore della gioventù italiana corre ad ingrossare quella novella schiera di prodi, pronti a pagare col loro sangue la conquista di Roma. Il Governo, intanto, non favorisce il moto, non manda armi, non viveri, non mezzi; ma ciò, però, non vale a scoraggiare Garibaldi, che, come tutti gli apostoli dell'ideale, più tenaci si fanno là dove maggiori incontrano ostacoli e perigli.


Per l'Italia, come elettrica scintilla, corre, finalmente, la novella che Garibaldi s'è già impadronito di Monterotondo, ed è già co' i suoi alle porte di Roma. Coraggio e avanti! La Francia, intanto, all'audace tentativo, subito s'affretta a mandare nuove truppe in soccorso del papa; e il governo, tutt'ora titubante, si trova di fronte ad una terribile alternativa: o abbandonare Garibaldi co' suoi 5000 uomini alle porte di Roma, o impegnarsi colla Francia in una lotta seria e forse in una guerra.


Ma, al nuovo annunzio che la Francia s'è mossa, ecco l'entusiasmo popolare raffrenarsi, ecco i deboli, i timidi, forti e chiassosi solo nell'ora della vittoria , a poco a poco, tacere e ritirarsi, e la stessa legione garibaldina, come Garibaldi stesso racconta nelle sue memorie, eccola assottigliarsi e molti di essa, o perché ligi al governo, o perché timidi, abbandonarla scoraggiati. Esultanti i preti, intanto, benedicono la Francia, e si preparano a ricantare dall'alto del Granicolo l'inno della vittoria.


Contemporaneamente ecco sorgere sulla scena politica un nuovo astuto: Menabrea, e, con bando reale del 27 Ottobre 1867, sconfessare ogni qualunque supposto fra il governo e il partito d'azione, e dichiarare Garibaldi ribelle; chiamando fratricida una qualunque guerra colla Francia, che pugnò già gloriosamente per la nostra causa; e aggiunge che, non potendo il governo tollerare l'usurpazione del diritto della pace e della guerra, dichiara di opporsi a qualunque moto.


Questo nuovo bando reale, che creava inaspettatamente un abisso fra la monarchia e la rivoluzione, lasciò tremenda impressione per tutta l'Italia. Ed infatti, subito dopo, ecco il governo risolutamente arrestare ai confini tutti quei drappelli di giovani volontari, che, animosi, si recavano a raggiungere Garibaldi, e ricondurli alle loro case. E al richiamo del re si videro parecchi degli stessi volontari garibaldini, per principi monarchici, disertare, poco patriotticamente, le fila della nobile legione; sicchè ridottasi a circa 4000 uomini che, sfiniti dalle privazioni, dagli stenti, senza speranza di soccorso, circondati dovunque dal nemico e dallo stesso governo, perseguitati e paralizzati nella santa impresa, omai giacevano tutti coll'anima sconfortata e abbattuta.


Aggiungasi che svanita, pure, era ogni speranza nella sollevazione di Roma, dove i preti, pur troppo, imperavano sempre sulle coscienze e sulle volontà dei più. L'esercito papalino, battuto a Monterotondo, pur esso demoralizzato, è vero, stavasi rinchiuso in Roma, dove Garibaldi lo avea sfidato co' suoi eroi; ma il popolo vero della città eterna, quello solo che, raccolta del 1819 l'eredità dei padri, era pronto, ancora, a versare il suo sangue per la redenzione di Roma, giaceva oppresso, massacrato pe' suoi tentativi magnanimi d'insurrezione ed invano fremeva gridando vendetta, segretamente capitanato sempre dal Cucchi e da altri prodi Romani.


Però, se potè un istante giacere sconfortata la grand'anima di Garibaldi, non scemò la gagliarda baldanza de' suoi ideali; e, quantunque sconfessato, deriso, dichiarato ribelle, la santità della causa era tale che lo teneva, pur sempre, lì, immobile, rudero di granito sulla porta di Roma.


Siamo al lugubre giorno dei morti. Garibaldi, finalmente, ha decisa pel 3 Novembre una marcia della sua legione verso il meridionale, visto omai vano e inopportuno, in quel momento, ogni tentativo su Roma.
Divisi in varie colonne, avevano appena, questi generosi figli d'Italia, oltrepassata Mentana che venivano, all'improvviso, sorpresi da un grosso corpo di soldati pontifici. Retrocedere pei nostri avrebbe valso una fuga, quando già la lotta era impegnata, Avanti, avanti, quindi, a qualunque costo; e le colonne di Garibaldi, di Menotti e l'altre del piccolo esercito si divisero cercando abilmente e valorosamente acquistare su quei colli posizioni adeguate per l'ultima difesa; ed infatti, impavidi, mentre il combattimento ferveva micidiale su tutta la linea, i nostri prodi spargevano il loro sangue prezioso, senza cedere un palmo di terreno agli innumerevoli nemici; e fu solamente verso le 3 pom. che, di posizione in posizione, poterono ritirarsi nel paese.


Raggiunta così Mentana, in posizione vantaggiosa, collocarono i due pezzi di cannone che essi tenevano, e coi quali incominciarono a spargere strage sull'esercito del Vicario di Cristo, che, baldanzoso, si avanzava: e bastarono quelle scariche potenti dei due cannoni, una scarica alla baionetta, eseguita dalla colonna Garibaldi, ed i tiri continui a bruciapelo dei nostri, giunti a collocarsi alle finestre delle case di Mentana, per gettare lo scompiglio ed il terrore nella numerosa colonna nemica, e di spargere il terreno dei cadaveri dei papalini. La vittoria, quindi, era nostra; il nemico fuggiva scompigliato, e, dai nostri eroi, le posizioni venivano riacquistate in poc'ora, gloriosamente, al santo grido di: Viva l'Italia! Viva Roma! Ma, ad un tratto, una voce tremenda circola fra le file dei nostri prodi. Si dice che il grosso del corpo De Feully, francese, giungeva sul campo di battaglia in sostegno dello sbandato esercito papalino. Sembrava sogno, in quell'istante, solamente idearlo, eppur era realtà. Era un nuovo corpo regolare che s'avanzave fresco, potentemente armato, contro un manipolo di prodi, esausti di forza, di munizioni, decimati e, gran parte dei quali, feriti e morenti.


Eccoli, quindi sorpresi da tutte le parti, sopraffatti dal numero e dalle armi del nuovo nemico; ed ecoo riperdere , palmo a palmo, quelle posizioni conquistate con tanto valore e tanto sangue. In chi mai sperare? da chi attendere, ora, un ultimo soccorso?
E il governo era pronto, là al confine, per intercettare qualunque cosa ad essi destinata ed arrestarvi i nostri.


Una folla di fuggenti si ammassa per lo stradale. Restano soli a Mentana Garibaldi, Menotti e un forte nucleo di eroi, di valorosi che, dalle case, coll'ultime munizioni, seguitavano terribile la strage sul novello nemico. Esso, colla sfacciata baldanza di chi si sente più forte, assieme a tutti i papalini, prima fuggenti, s'avanzava glorioso di poter finalmente mettere a vera prova il vantato fucile nuovo modello, e mostrare al mondo la meraviglia dei Chassepots, grandinando il piombo sui nostri eroi, parte dei quali, ivi, lasciarono, in quell'ultim'ora, gloriosamente la vita. Altri poterono salvarsi ricoverandosi in Monterotondo, e, fra essi, con Garibaldi e pochi capi, anche il vecchio e prode generale Fabrizi, che, quantunque spossato dalle fatiche e dagli anni, volle egli pure appartenere a quella sacra legione.


Alle sera di quel tremendo giorno del 3 novembre, tutto era finito, e per quei campi funesti, ancora fumanti di tanto nobile sangue, giacevano, nel confuso carnaio ammonticchiati, centinaia e centinaia di eroi e di martiri, morti nel nome santo di Roma, misti agli innumerevoli cadaveri dei soldati dell'imperatore, e dei mercenari di quel papa che, dalle alture del Vaticano, in quell'ora del tramonto, benediceva quei diecimila assassini che avevano fatto strage di quattromila eroi.

Bisbocci     




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